Photo by Andrea
Conti |
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| 26th
April 2005
I knew about Nick Mason’s visit to
Italy to promote his book Inside Out only 2 months before; I remember
my sight going hazy over this sudden notice.
I wasn’t sure whether to go or not,
this was my first thought.
I bought the book, gave it a quick read
and I asked myself, why lose this occasion?.
I showed up at Castiglione dello Stiviere
in the province of Mantova together with many people having a
copy of the book and waiting like me.
For entertainment, there was a cover band
playing the most emotional songs
starting with Atom Hearth Mother...in that moment, Nick was resting
in his hotel room.
It’s dinner time, a little past 9
pm, Nick Mason is ready to answer our questions and for the signing
session.
The only uncool thing was that he was only
to sign the books actually purchased and that there was time only
for a few questions.
I was the third and nearly the last person
to have had an opportunity of making Nick sign the book twice,
shake his hand, look at him straight in the eyes, steal two kisses
and give him a small Pink Floyd Style business card and a little
“impromptu” gift, my little silver hammer that I wore
around my neck for 10 years; when I touched him with my hand,
he was surprised, took both items, smiled at me and put them in
his pocket.
Then, as for every event..I make my conclusions...
I’m happy for having had the opportunity,
together with other fans, of seeing with my own eyes a person
who provided Pink Floyd with the ‘scales of freedom’
concerning the various misunderstandings.
I had the feeling I found a calm, kind
and very discreet man who conveyed the essentials to us and as
I said, this is what my impression was; I did not feel he was
really welcoming and why not, there was no apparent gratitude
towards his fans who, in one or another, helped him gain his popularity,
prestige and made one of his dreams come true.
Anyway, ...W Pink Floyd...
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26
Aprile 2005
Ho saputo della visita di Nick Mason in
Italia per promuovere il suo libro Inside Out due mesi prima,
ricordo la vista offuscata da questa notizia così improvvisa.
Non ero certa se andare o no, questo è
stato il primo pensiero.
Acquistato il il libro e dando una lettura
veloce, mi sono chiesta perchè perdere questa occasione.
Mi sono presentata a Castiglione dello
Stiviere in provincia di Mantova assieme a molte persone con il
libri in mano in mostra nell'attesa.
Per intrattenere l'attesa una cover band
riprendeva i brani più toccanti partendo da Atom Hearth
Mother...in quel momento Nick stava riposando nella sua stanza
di albergo.
Arriva l'ora di cena, poco più le
21.00 Nick Mason è pronto per rispondere alle nostre domande
e per le firme.
L'unica cosa spiacevole è l'obbligo
di firmare solamente a chi ha acquistato il libro ed essere disponibile
per sole poche domande.
Sono stata la terza e quasi l'ultima ad
aver avuto occasione di far firmare due volte il libro, stringergli
la mano, guardarlo negli occhi, strappare due baci e regalargli
un piccolo biglietto da visita del sito Pink Floyd Style ed un
piccolo omaggio improvviso, il mio martellino d'argento che ho
portato al collo per 10 anni; quando gli ho appoggiato la mano
lui mi ha guardato sorpreso, ha preso tutte e due le cose, mi
ha sorriso e se l'è messe in tasca.
Poi come in ogni evento..tratto delle conclusioni...
Sono rimasta felice di aver avuto questa
possibilità assieme ad altri fans di vedere con i propri
occhi una persona che ha regalato una bilancia di libertà
per le incomprensioni alla band Pink Floyd.
La mia sensazione è stata di aver
trovato un uomo calmo, gentile e molto riservato, si è
solo astenuto ai gesti essenziali ma ripeto questo è quel
che ho avvertito e che lui mi ha trasmesso, non ho avvertito nulla
di veramente accogliente e perchè no neanche gratitudine
per noi fans che in qualche modo chi più chi meno ha aiutato
lui ad avere popolarità, prestigio, e incoronato uno dei
suoi sogni.
Comunque...W Pink Floyd... |
Fonte: http://www.rockol.it/
E’ successo nel 2005: 28 aprile
Nick Mason racconta i Pink Floyd: l'intervista completa (28 aprile
2005)
Per più di trent’anni Nick Mason è stato non solo
il batterista ma anche l’uomo ombra dei Pink Floyd.
Il “cuoco di bordo”, come si definisce lui stesso, al servizio
dei diversi “capitani” (Barrett, Waters, Gilmour…)
che si sono avvicendati al comando del vascello, in tempi di grandi
conquiste ed eccitanti esplorazioni come nei giorni di tempesta e di
ammutinamento.
Sempre presente, dall’inizio alla fine (se di fine davvero si
tratta).
Sempre un passo indietro rispetto al leader di turno: la posizione
migliore per raccontarne la storia con tutti i dettagli e i retroscena
del caso, ma anche con salutare distacco e quel tocco squisito di humour
britannico che gli appartiene. Mason ci è riuscito benissimo
nelle 359 pagine di “Inside Out. La prima autobiografia dei Pink
Floyd”, il volume tradotto e pubblicato in Italia da Rizzoli Libri
Illustrati che è l’oggetto e il pretesto per questa chiacchierata
con Rockol.
Il libro si apre con due parole: “Roger Waters”. Quanta
modestia da parte sua, mr. Mason.
Roger è stato una figura fondamentale nella mia vita e nella
storia dei Pink Floyd.
Non avevo intenzione di scrivere una biografia ufficiale della band,
di annotare con precisione cronologica tutto quanto è accaduto.
Mi interessava scrivere un racconto che fosse piacevole alla lettura,
e dire qualcosa sulla natura delle relazioni tra le quattro persone,
anzi cinque, che hanno fatto parte del gruppo.
Quando ho cominciato il libro non avevo alcuna idea di come lo avrei
terminato. Il finale me lo ha fornito l’incontro con Roger che
ho avuto nel 2002 e che cito nel poscritto: il libro parla essenzialmente
di questo, è la storia di un gruppo di amici che crescono insieme,
litigano e alla fine si riconciliano. Risalire sul palco a Wembley accanto
a Waters, quell’anno, per me è stato molto più importante
ed emozionante che suonare davanti a 90 mila persone al Soldier Field
di Chicago nel 1977.
Vien da chiedersi come sarebbe venuta fuori la storia, se a raccontarla
fossero stati gli altri. Una specie di “Rashomon” alla Kurosawa?
Probabile. Ho verificato che sulla prima parte della storia esiste
una sorta di consenso generale, siamo tutti più o meno d’accordo
nel ricordare i fatti e il modo in cui andarono le cose. Più
avanti le cose cambiano: sono sicuro, per esempio, che Rick Wright racconterebbe
in modo molto diverso le sue sensazioni durante il periodo delle registrazioni
di “The wall” (al termine delle quali Waters lo licenziò
dal gruppo, ingaggiandolo come semplice “turnista” stipendiato
per il tour successivo). Ma quando ho sottoposto agli altri le bozze
del libro non ho ricevuto nessuna pressione né tentativi di censura,
anche se è capitato che qualcuno mi dicesse che non condivideva
la mia versione e interpretazione di certi fatti. David mi ha fatto
notare che nella prima stesura non avevo messo abbastanza in risalto
il contributo di Rick. E Roger mi ha chiesto di dare maggior credito
all’ingegnere del suono Nick Griffiths per la registrazione del
coro dei bambini di “Another brick in the wall”. Ho preso
nota delle loro osservazioni.
Da quel che scrive sembra di capire che lei, signor Mason, attribuisca
gli enormi successi artistici e commerciali dei Pink Floyd a una combinazione
di duro lavoro, affinamento progressivo di tecniche artigianali e collaborazioni
strategiche con uno stuolo di specialisti dei vari settori, più
che ai colpi d’ala dell’intuizione e del genio creativo.
In effetti questa era una cosa che tenevo molto a spiegare. Il successo,
nel rock&roll, è spesso il frutto del lavorar sodo, più
che della genialità. E’ come nei film: il pubblico si entusiasma
per uno show ma di solito è inconsapevole degli sforzi tecnici
ed economici che ci stanno dietro. Naturalmente i colpi di genio, o
più semplicemente di fortuna, fanno la loro parte. A volte si
riesce a trovare la nota perfetta: come quella che fece da catalizzatore
ad un’intera composizione come “Echoes”. Ma il resto
del lavoro consiste nel mettere a punto, esercitarsi, provare…
Ho pensato che questa fosse una di quelle cose che la mia posizione
all’interno del gruppo mi avrebbe permesso di raccontare. Ho cercato
di spiegare più il funzionamento quotidiano della band che i
suoi momenti di illuminazione.
Ma stiamo pur sempre parlando di musica pop: e dunque il racconto è
pieno di aneddoti divertenti e di personaggi coloriti. Ha dovuto essere
selettivo, immagino, nello scegliere cosa raccontare e cosa tralasciare…
Beh, su alcune storie e su alcuni personaggi mi sono autocensurato preventivamente.
Non sono potuto entrare troppo nei dettagli per paura delle conseguenze
legali…
Come l’aneddoto di quel “guitar hero” che al Festival
di Bath del 1970 rifiutò di farvi salire sul palco prima di lui,
adducendo a scusa il fatto di essersi “bombato” appositamente
per dare il meglio in coincidenza dell’orario programmato della
sua esibizione?
Esattamente. Non ne ho fatto il nome perché immaginavo già
i suoi avvocati pronti a saltarmi addosso e a chiedermi i danni perché
il loro assistito non aveva assolutamente mai fatto uso di droghe…
A proposito: per essere l’autobiografia di un musicista rock,
“Inside out” spicca per l’assenza del solito contorno
di sesso & droga.
A parte Syd, con le droghe ci siamo sempre andati molto cauti: tutti
prima o poi ci abbiamo avuto a che fare, ma nessuno di noi ha mai avuto
problemi di dipendenza o cose simili. Se qualcun altro vuole raccontare
dei nostri “eccessi”, se così li vogliamo chiamare,
si accomodi pure. Io non l’ho fatto perché ho ritenuto
che non si trattasse di un elemento importante e significativo della
nostra storia. Non eravamo mica i Led Zeppelin… Naturalmente ci
siamo anche divertiti, ma siamo sempre stati un gruppo di persone quiete,
molto poco inclini ai comportamenti selvaggi. Droghe e groupies non
sono mai stati il nostro forte. Alla vita on the road comunque abbiamo
pagato il nostro tributo: quasi tutti ci abbiamo rimesso un matrimonio.
Sembra che tutti voi proviate ancora un senso di colpa per il modo
in cui vi sbarazzaste di Syd Barrett, nel momento in cui diventò
inaffidabile a causa della sua assunzione di acidi…
Non so se oggi ci saremmo comportati diversamente, ma sicuramente allora
nessuno sapeva come affrontare quel genere di situazioni. Forse non
si trattò neanche di insensibilità, da parte nostra. Credo
che il nostro torto principale sia stato quello di negare l’evidenza,
di far finta che il problema non esistesse.
Dopo il suo licenziamento, i Floyd diventarono famosi senza neppure
aver bisogno di un frontman. Rockstar senza un’immagine pubblica.
Successe per caso, almeno all’inizio. Volevamo essere come i Cream
o come i Move, suonare come le altre band che prendevano ispirazione
dal blues e dall’r&b, avere successo nel mercato pop di fine
anni ’60. Ma poi cominciammo a interessarci all’idea di
allestire uno spettacolo fatto di suoni, luci e immagini. I singoli
elementi del gruppo, a quel punto, diventavano meno importanti. A volte
rivelarsi troppo in pubblico danneggia la musica e il piacere dell’ascolto.
Indossare maschere e truccarsi come i Kiss non si addiceva a tipi come
noi.
Joe Boyd, il vostro primo produttore, mi ha raccontato che la cosa
che più lo colpì nei Floyd fu il sapore decisamente “europeo”
della vostra musica, in un momento in cui tutti i gruppi inglesi guardavano
all’America.
Forse ha ragione. Le prime canzoni di Syd, come “Bike”,
“The gnome” o “Chapter 24”, avevano un che di
mistico. E dai tempi del secondo album, “A saucerful of secrets”,
delle influenze blues e r&b nella nostra musica non c’era
più traccia.
Da band squisitamente inglese, avete sempre mostrato una singolare
apertura nei confronti dell’Europa: la Francia, soprattutto.
Credo che dobbiamo ringraziare la nostra educazione “middle class”
per questo. Fin da quando eravamo molto giovani siamo stati esposti
alle belle arti, alle influenze culturali che arrivavano dal continente.
Merito della nostra formazione accademica in architettura, naturalmente,
delle prime vacanze all’estero…
In effetti sarebbe più difficile immaginare un Eric Burdon alle
prese con il Balletto di Marsiglia…
Beh, diciamo che il risultato sarebbe stato diverso. Quello è
un buon esempio: sono sempre stato circondato da persone interessate
al balletto e alla danza, anche la mia prima moglie era una ballerina.
Con l’Italia invece avete sempre avuto un rapporto più
controverso, a cominciare dalla prima visita nel ’68…
Ma no, non è così… Nessuno di noi si prendeva la
testa tra le mani quando arrivava il momento di venire in Italia, anzi!
Diciamo che il contorno di caos, anarchia e lacrimogeni era una cosa
che davamo per scontata. Ricordo il nostro stupore, una volta, nel vedere
arrivare sul luogo del concerto una fila di macchine della polizia:
erano i funzionari che scortavano le famiglie al completo a un nostro
show…
E il famoso “disastro” di Venezia, nell’89? Nel libro
lei ne attribuisce la colpa agli allora amministratori della città.
A una parte di loro, precisamente. Quelli che invece di fare il massimo
per rendere le cose più facili fecero di tutto per renderle più
difficili. Guardandosi bene, per esempio, dall’organizzare un
servizio di raccolta dei rifiuti e da fornire assistenza al pubblico
presente. Ma lo show andò bene, gli spettatori se ne andarono
soddisfatti e per noi quello rimane uno dei più grandi eventi
nella storia dei Pink Floyd.
Torniamo alla musica: cosa la rendeva così particolare? Ci sono
tante teorie più o meno esoteriche al riguardo, qualcuno avanzò
addirittura l’ipotesi che fossero forze aliene a guidarvi…
Lo so. Ma il bello è che si tratta semplicemente del prodotto
dell’immaginazione e della fantasia umana. Nei momenti migliori
la nostra musica aveva una qualità astratta e molto romantica,
il senso di magia arriva da lì. E’ una dimostrazione del
potere della musica, piuttosto che di forze aliene.
C’è qualche momento speciale che condensa questa magia
meglio di altri?
Difficile scegliere. Forse i primi anni ’70, quando abbiamo cominciato
a lavorare seriamente allo sviluppo del nostro show dal vivo. La Royal
Albert Hall nel ’71, per esempio: in quell’occasione ci
rendemmo conto che eravamo in grado di sostenere un vero spettacolo
da soli, tenendo la gente seduta in poltrona ad ascoltarci.
Dopo l’uscita di scena di Barrett il comando delle operazioni
passò alla coppia Waters-Gilmour. Che interazione c’era
tra di loro? Qualcosa di simile a quello che accadeva nelle altre grandi
coppie del rock, Jagger & Richards o Lennon & McCartney?
Oh, certamente. Raramente si mettevano a lavorare insieme, capitava
piuttosto che Roger prendesse spunto da un’idea musicale di David,
o che Gilmour prendesse un pezzo di canzone concepito da Waters, un
“ponte” o un “middle eight”, e lo sviluppasse
per conto suo. Nei Floyd Roger portava un tipo di scrittura intellettuale,
David la sua musicalità, il lirismo della sua chitarra e una
gran voce.
Eravate una “famiglia squilibrata ma funzionante”, secondo
una sua definizione…
E’ una specialità di noi inglesi. Basta guardare alla famiglia
reale!
Una famiglia allargata, anche: Storm Thorgerson, autore delle buste
degli album (e della copertina di “Inside out”) era quasi
un membro aggiunto del gruppo.
Certamente. E solitamente le sue idee per le copertine, anche quando
inizialmente non ci convincevano, erano quelle giuste.
Da vecchio amico di Waters, lei non sembra provare lo stesso senso
di disagio per aver preso le parti di Gilmour, nel momento dello scontro
diretto tra i due.
Era una situazione completamente diversa da quella che si era creata
con Barrett. Syd era malato e fragile, in qualche misura vittima della
situazione. Roger nel pieno possesso delle sue facoltà, nel posto
di comando e straboccante di fiducia in se stesso. Davvero non c’era
di che sentirsi in colpa.
I dischi che i Pink Floyd hanno realizzato dopo la sua partenza sono
all’altezza dei precedenti, riascoltati oggi?
Non ne sono così convinto per quanto riguarda “A momentary
lapse of reason”, un disco messo insieme con troppa fretta. Ma
su “The division bell” ci sono due o tre pezzi almeno che
personalmente trovo eccellenti. “High hopes” è una
delle mie cinque canzoni preferite dei Pink Floyd.
Le altre?
“Careful with that axe, Eugene”. “Set the controls
for the heart of the sun”. “Comfortably numb”. E due
o tre pezzi di “The dark side of the moon”.
L’enorme successo di “Dark side”, lei racconta, sorprese
anche voi.
Saremmo stati matti a pensare il contrario. Sapevamo di aver fatto un
bel disco ma come si sa successo e qualità non vanno sempre a
braccetto. Il music business è così volubile…
Proprio da lì, paradossalmente, cominciarono i primi guai…
Si lavora per anni tutti insieme in vista di un obiettivo comune, il
successo, e quando lo hai raggiunto ti chiedi che farai dopo…Sapevamo
di voler continuare, volevamo produrre show sempre migliori ma fu un
periodo molto critico…La stessa unanimità di intenti che
aveva caratterizzato le incisioni di “Dark side” si ricreò
in parte durante le session di “The wall”. I problemi sorgono
quando si è disorientati e non si sa che fare del proprio futuro.
Dopo “Dark side” lavorammo per qualche tempo a un bizzarro
progetto di musica basato esclusivamente sui “sound effects”,
“Household objects”: ma se fosse stato un tentativo deliberato
di distruggere la nostra carriera lo avremmo pubblicato…
Col successo arrivarono anche i primi grattacapi finanziari, le rivendicazioni
di quelli che volevano una loro fetta della torta. Le cause con il coro
dei bambini di “Another brick in the wall” e con Clare Torry,
la vocalist di “The great gig in the sky”… I Pink
Floyd sono sempre stati giusti e corretti, nel riconoscere i meriti
dei loro numerosi collaboratori?
La vertenza con Clare Torry è nata su istigazione dei suoi legali,
e in verità non è ancora pienamente risolta. La vicenda
del coro di “Another brick” non riguarda direttamente noi
ma l’agenzia che raccoglie e distribuisce le royalty, e che ha
versato somme davvero insignificanti alle famiglie dei ragazzi. Ci siamo
comportati correttamente? Direi di sì, e lo dimostrano i buoni
rapporti che abbiamo mantenuto con Alan Parsons, con Chris Thomas e
tanti altri. I problemi con Bob Ezrin non furono di natura economica,
e con lui siamo rimasti grandi amici. In generale, ritengo che tutti
siano stati trattati in modo equo e abbiano ricevuto il giusto compenso
per quanto avevano fatto. Non abbiamo mai cercato di imbrogliare nessuno,
ma in quarant’anni è normale lasciarsi dietro qualche strascico.
Nel giro di dieci anni, come lei sottolinea nel libro, i Pink Floyd
si ritrovarono scaraventati da un estremo all’altro della rivoluzione
culturale: prima pupilli del movimento underground, poi bollati come
dinosauri del rock. Successivamente c’è stata la piena
riabilitazione…
Questo accade quando si diventa in qualche modo parte del patrimonio
nazionale, come un monumento o un sito di interesse storico. Non che
mi piaccia, ma non ci si può fare niente. O meglio, si potrebbe
reagire pubblicando opere nuove e radicali. Ma non è il nostro
caso.
Ultimamente, per forza di cose, lei ha dovuto tornare spesso indietro
col pensiero alla sua vita con i Pink Floyd. Succedeva anche prima?
Il ricordo di quegli anni è ancora parte integrante della sua
vita?
Forse più degli altri, ho vissuto dei periodi di distacco dalla
band anche quando i Floyd erano in vita. Per me era come vivere due
vite parallele, un po’ Superman e un po’ Clark Kent. Ogni
volta che ci trovavamo insieme, in studio di registrazione o su un palco,
mi sentivo al 100 % parte del gruppo. Ma non appena tornavo a casa,
cambiavo abito e prendevo coscienza della vita reale. La band era una
specie di parentesi straordinaria, non puoi pensare di vivere sempre
in quel modo. I Pink Floyd restano tuttora nei miei pensieri ma non
condizionano la mia esistenza. Maturare, diventare adulti, ti pone davanti
ad altre questioni: i figli, per esempio. Mica puoi affidare i tuoi
bambini a un road manager!
Veniamo alla domanda fatidica e inevitabile. Dopo il suo approccio
con Roger ci sono stati altri contatti tra gli ex membri della band?
Ci sono possibilità di un nuovo disco dei Pink Floyd? E soprattutto
di un tour di reunion, per cui molti sponsor e promoter farebbero carte
false?
So che anche Rick ha incontrato Roger, ma certamente non c’è
stato ancora nessun contatto tra Waters e Gilmour. Di nuovi dischi non
si parla, io non ho altri impegni musicali ma David sta lavorando ad
un album solista. Parlare di un tour è davvero prematuro, non
ci sono programmi in tal senso. Tutto è possibile, ma se fossi
un fan dei Pink Floyd e mi offrissero i biglietti di un concerto in
questo momento non li comprerei. |